21 Aprile 2011
CONFERENZA PER IL LAVORO

CONFERENZA NAZIONALE PER IL LAVORO GENOVA 17-18 GIUGNO 2011

persone, lavoro, democrazia
Le riflessioni e le proposte presentate di seguito riflettono l’impianto ed i contenuti del
documento “Sviluppo, lavoro, welfare: le proposte del Pd per il <>
del lavoro” approvato dall’Assemblea Nazionale del Pd del 21-22 Maggio 2010.

1. Il lavoro nell’epoca “dopo Cristo”

La grande riorganizzazione capitalistica su scala globale avvenuta negli ultimi decenni
sospinta dalle politiche neoliberiste, ha fatto del lavoro nelle economie mature il soggetto
perdente. L’occupazione è aumentata nei paesi emergenti e le condizioni di vita
sono migliorate in mezzo a enormi disuguaglianze. Mentre nei paesi avanzati vi è stato
un aumento della disoccupazione, specie giovanile, un peggioramento delle condizioni
di lavoro, una stagnazione delle remunerazioni. È stato inciso non soltanto il tenore di
vita delle famiglie operaie, ma in generale sono state coinvolti larghi settori delle classi
medie, sia in termini di condizioni effettive che di prospettive. Il lavoro nel suo complesso
e non solo quello delle fasce più deboli e meno qualificate, si è impoverito economicamente
senza la finanza facile. E va ricordato che la produttività del lavoro dipende solo in minima
parte responsabilità dei lavoratore(trice). E’, innanzitutto, il risultato di una pluralità
di fattori quali gli investimenti dell’impresa, l’impegno per la formazione, la qualità
del management e, ancora, le condizioni di contesto, ossia dalle riforme strutturali
(dalle pubbliche amministrazioni al fisco, dalla apertura alla concorrenza dei mercati di
beni e servizi, alla scuola e all’università), la politica industriale e delle infrastrutture e,
non ultimo, la funzionalità dell’assetto politico-istituzionale, incluse le regole delle relazioni
industriali e della democrazia nei luoghi di lavoro, il livello di legalità e di civismo.
Va affermato che l’interesse del capitale e dell’impresa non è l’unico interesse in campo
e tanto meno coincide con l’interesse generale. Anche “dopo Cristo” i lavoratori vanno
riconosciuti come soggetto autonomo portatore di un interesse distintivo. Parziale, così
come parziale è l’interesse del capitale e dell’impresa. Riconoscere questa differenza
non vuol dire riproporre una visione antagonista, minoritaria e perdente. Vuol dire affermare
che soltanto un patto tra diversi interessi può portare ad un nuovo equilibrio
propulsivo per il successo competitivo delle imprese, il miglioramento del reddito e delle
condizioni dei lavoratori(trici), il benessere della comunità. In tale contesto, il conflitto
non è condizione immanente, ma può essere strumento per costruire il patto.
Insomma, la modernità economicistica propugnata dalle destre e dall’aziendalismo
miope non è l’unica modernità possibile. Certo, le condizioni del lavoro non sono indipendenti
dal contesto della produzione. I diritti non possono essere astratti dalle condizioni
materiali e dai rapporti di forza. Ma la regressione del lavoro non è una risposta
moderna. Non funziona sul piano macroeconomico ed è inaccettabile sul piano etico.
Senza indulgere in concezioni “lavoristiche” ormai datate, occorre riconoscere che il lavoro
non ha oggi nella costruzione dell’identità della persona una funzione totalizzante
come in passato, in ragione della crescita di altri interessi e dimensioni dell’agire umano
(dal consumo alle relazioni produttive extra-mercato). Tuttavia, resta, nella generalità
dei casi, non solo lo strumento indispensabile per ottenere i mezzi necessari al sostentamento
di sé e della propria famiglia, ma un fattore determinante di autorealizzazione
personale, di integrazione e di riconoscimento sociale, di partecipazione attiva alla vita
della comunità, di esercizio pieno dei diritti di cittadinanza. L’orizzonte del lavoro è,
nelle parole della “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, il neo-umanesimo integrale.
Creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile sul piano ambientale, economico e
sociale affinché tutte e tutti possano accedere ad un lavoro di qualità, sia esso nell’ambito
del lavoro dipendente o di attività autonome frutto dell’iniziativa individuale, significa
operare per un modello di sviluppo allo stesso tempo più produttivo e più
umano, favorire la stabilità e la coesione sociale, rafforzare le basi della democrazia
come indica la Costituzione.
Noi siamo per una modernità alimentata dalla dignità del lavoro. Una sfida difficile, ma
possibile. È il tratto distintivo dell’identità del Partito Democratico.

2. La situazione italiana

Il nostro paese vive una vera propria emergenza lavoro, acuita dalla crisi economica internazionale,
ma che affonda le sue radici in un mercato del lavoro strutturalmente caratterizzato
da bassi tassi di occupazione, specie per le donne e i giovani, così come da
molteplici dualismi di genere, generazionali e territoriali che i dati relativi al Mezzogiorno
manifestano nelle forme più gravi.
A Marzo scorso, il tasso di occupazione è stato ancora al livello più basso dall’inizio
della crisi. Solo l’utilizzo degli ammortizzatori sociali di cui le imprese hanno ripreso
ad avvalersi fortemente nell’ultimo periodo, ha impedito l’ulteriore diminuzione del numero
statistico degli occupati. È vero che il tasso di disoccupazione italiano è inferiore
a quelli europei (UE 9,6%, Eurozona 10,1%). Ma, come ha segnalato la Banca d’Italia,
esso è sottostimato visto che le statistiche non prendono in considerazione i cassaintegrati
a zero ore e il rilevante numero di persone che, scoraggiate, cessano di cercare un
lavoro e vanno ad ingrossare le schiere degli inattivi. Una misura più realistica colloca
il tasso di disoccupazione intorno al 13%.
L’aspetto più preoccupante è la disoccupazione giovanile salita quasi al 30%. È un furto
di futuro per le giovani generazioni già gravate da un tardivo inserimento nel mercato
del lavoro e da rapporti di lavoro precari, spesso ripetuti nel tempo. Tuttavia, l’insicurezza
del lavoro investe ormai anche i lavoratori(trici) cosiddetti “garantiti”, ossia quelli
con contratto a tempo indeterminato in imprese con oltre 15 dipendenti, come provano
i dati sulla perdita di lavoro, l’esteso ricorso alla cassa integrazione e il moltiplicarsi delle
vertenze per le aziende in crisi.
Il peggioramento delle condizioni del lavoro e di reddito si è tradotto in una maggiore
fragilità economica delle famiglie, peraltro non solo non sostenute dalle politiche di
welfare, ma pesantemente colpite dall’aumento di tariffe e tasse e dai tagli lineari e
ciechi alla scuola, all’università, alle prestazioni sociali ed ai servizi pubblici offerti da
Regioni, Province e Comuni. Molte si sono impoverite, in particolare quelle numerose
o monogenitoriali e residenti nel Mezzogiorno. I decreti attuativi del federalismo fiscale
inaspriscono le scelte degli ultimi anni, regressive sul piano sociale e territoriale.
A fronte di questa realtà, il governo del centro-destra, che per lungo tempo ha perfino
negato la gravità dell’impatto della crisi sul nostro paese, non ha assunto le iniziative
necessarie né per favorire la ripresa della crescita né per sostenere l’occupazione. Abbandonata
la politica industriale ereditata dal Governo Prodi (“Industria 2015”; crediti
di imposta per investimenti, innovazione e ricerca; stanziamenti per la banda larga e le
bonifiche industriali) e disinteressato a definire qualsivoglia alternativa, il Governo non
è stato in grado di accompagnare il sistema delle imprese nella complessa fase di riorganizzazione
produttiva a cui esso è sottoposto. Ha lasciato soli i lavoratori e i sindacati
(il caso Fiat è emblematico da questo punto di vista) a farsi carico delle esigenze di
produttività e di competitività delle aziende.
Per la competitività, anziché alle riforme, il centro-destra ha puntato ad un ulteriore regressione
delle condizioni del lavoro. Basti pensare al così detto “collegato lavoro” o
alla cancellazione delle norme contro le dimissioni in bianco approvate nel 2007 a tutela
delle lavoratrici madri. Per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, ha agito in contro
tendenza rispetto alle misure di contrasto alla precarietà avviate dal “Protocollo sul Welfare”
del governo Prodi del 2007, sottoscritto dalle parti sociali ed approvato con il
voto di 5 milioni di lavoratori(trici).
La possibilità di contrastare e costruire un’alternativa a tale involuzione è stata significativamente
indebolita dalla profonda divisione sindacale, fattore di indebolimento dei
lavoratori(trici). Noi, nel rispetto dell’autonomia delle parti sociali, tentiamo di promuovere
la comprensione delle diverse culture sindacali di fronte al passaggio di fase in
corso e favorire la convergenza su punti fondamentali, come le regole della rappresentanza
e della democrazia nei luoghi di lavoro.

3. Rimettere in moto l’economia

La possibilità di riassorbire la disoccupazione e di creare opportunità di lavoro, specie
per le donne e i giovani, dipende, innanzitutto, dalla crescita dell’economia. Nel caso
italiano questa è invece stagnante da troppo tempo, mentre anche le deboli prospettive
di ripresa previste per l’Europa vedono in coda il nostro paese.
Ritrovare il cammino della crescita duratura e sostenibile richiede sia riforme strutturali
in grado di liberare il sistema economico dalle costrizioni burocratiche e corporative e
dalle rendite di posizione che lo frenano, sia un programma di investimenti infrastrutturali,
pubblici e privati e politiche industriali per innalzare la specializzazione produttiva
dell’Italia. È un cammino decisivo per ridurre i divari nord sud e mettere, quindi, in
valore le potenzialità di sviluppo del Mezzogiorno nell’interesse dell’intero paese.
La strategia delle riforme riguarda ambiti diversi ma intrecciati tra loro: il fisco, per ridurre
innanzitutto il peso del prelievo sul lavoro e sulle imprese e concorrere ad una
meno sperequata distribuzione del reddito e della ricchezza; i mercati dei servizi alle
persone ed alle aziende da sottoporre ad una forte liberalizzazione; le pubbliche amministrazioni,
da riorganizzare a tutti i livelli in funzione di una maggiore efficienza e
della qualificazione del lavoro pubblico.
Quanto alla politica degli investimenti pubblici e dell’incentivazione di quelli privati, gli
interventi vanno rivolti in via prioritaria ad aumentare la produttività e la competitività
dell’industria manifatturiera e dell’intero settore dei servizi. La sostenibilità ambientale,
da vincolo, deve diventare motore di innovazione, di occupazione qualificata e di crescita.
Per innalzare la produttività e contrastare la precarietà dobbiamo prima di tutto
puntare sull’innovazione, la ricerca, il capitale umano così come sul completamento e
sull’ammodernamento delle infrastrutture materiali e della logistica.
Un disegno di questa portata deve necessariamente misurarsi con i vincoli di finanza
pubblica e con l’impegnativo ma ineludibile percorso di riduzione del debito. Ma deve
essere chiaro che, senza una politica economica alternativa, orientata alla crescita e al
lavoro, non si abbatte il debito pubblico. Per finanziare il cambio di strategia, si deve
attuare una profonda riorganizzazione del settore pubblico per una connessa riduzione
della spesa a tutti i livelli, per eliminare sprechi e riqualificare i servizi ai cittadini ed alle
imprese (vedi “Un settore pubblico di qualità per rilanciare l’Italia”, documento approvato
all’Assemblea Nazionale di Febbraio 2011). Inoltre, va ridefinita la governance e
gli obiettivi per un utilizzo più intenso ed efficiente, in particolare nelle regioni meridionali,
dei fondi strutturali europei (vedi “Per il Mezzogiorno, per l’Italia”, documento
approvato all’Assemblea Nazionale di Febbraio 2011). Sul versante delle entrate, va
realizzata uno spostamento del carico dal lavoro e dall’impresa alla rendita ed ai redditi
da capitale (ad esclusione dei titoli di stato) e recuperate risorse dall’evasione e l’elusione
fiscale, ancora oggi di proporzioni eccezionali rispetto alla media europea (vedi “Fisco
20, 20, 20”, documento approvato all’Assemblea Nazionale di Ottobre 2010).
Per le prospettive di rilancio della crescita nel nostro paese è decisivo l’orientamento
macro-economico dell’Unione Europea. E’ quindi di grande importanza che questa abbandoni
la politica economica restrittiva e la deriva mercantilista seguita fin qui per
dotarsi di un “motore” autonomo di domanda con il duplice obiettivo di innalzare e
di riequilibrare la crescita nelle diverse aree della moneta unica. Le scelte comuni dei
governi di centro-destra prefigurano, invece, interventi di contenimento della dinamica
salariale e della spesa sociale ed una gestione inadeguata dei debiti sovrani. Suscitano,
pertanto, un rifiuto corale da parte del movimento sindacale europeo in quanto non
sono in grado di cogliere gli obiettivi di crescita e di occupazione che pure vengono
ventilati. Dopo aver scaricato sulle spalle dei cittadini il reperimento delle risorse da impiegare
nel salvataggio del sistema bancario e finanziario, l’UE continua ciecamente a
proporre un’austerità a senso unico a danno dei lavoratori(trici). Così si consolidano
stagnazione ed elevata disoccupazione e si mette a rischio la moneta unica.
I cardini di una politica economica alternativa orientata alla crescita ed al lavoro sono
una soluzione adeguata per la sostenibilità dei debiti sovrani, uno “standard retributivo”
per legare la dinamica reale delle retribuzioni all’andamento di una misura aggregata
della produttività e un programma di investimenti comunitari per l’occupazione, l’ambiente
e l’innovazione alimentato da risorse raccolte, in via principale, con l’emissione
di titoli del debito pubblico europeo (eurobonds) e dall’introduzione di un’imposta sulle
transazioni finanziarie, secondo le indicazioni del “Patto europeo per il lavoro e il progresso
sociale” proposto dal PSE.

4. Rendere il mercato del lavoro più inclusivo

La crescita economica costituisce la pre-condizione per una maggiore occupazione. A
complemento, è necessaria l’adozione di politiche specifiche volte ad aumentare la partecipazione
al mercato del lavoro delle figure sociali oggi troppo debolmente presenti.
Come si è già visto, si tratta, in primo luogo, di donne e giovani. Il tasso di occupazione
delle donne è largamente al di sotto delle medie europee ed è particolarmente grave
nel Mezzogiorno, dove quasi due donne su tre non lavorano. A parte ogni altra considerazione,
si tratta dal punto di vista economico di un spreco di grandi proporzioni.
Il raggiungimento del tasso di occupazione femminile del 60% al 2020, ossia 3 milioni
di donne in più al lavoro entro la fine del decennio è l’obiettivo strategico al centro del
Programma Nazionale di Riforma proposto dal PD. Una rivoluzione gentile non soltanto
economica, ma sociale e soprattutto culturale.
Promuovere opportunità di lavoro per le donne richiede una pluralità di misure mirate.
e svalutato socialmente.
La crisi finanziaria esplosa nel 2008 segna il punto di rottura di un equilibrio insostenibile.
Trova le sue vere origini proprio nella ripartizione del reddito e della ricchezza sempre
più diseguale, a vantaggio di un capitale finanziario che non conosce frontiere,
mentre sindacati e politica rimangono imprigionate nella dimensione nazionale. L’asimmetria
nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, tra economia e strumenti regolativi
dello Stato-nazione, ha messo e mette in competizione al ribasso il lavoro e recide i
rapporti sociali ed i legami territoriali che avevano connotato e temperato in passato il
“fare impresa”.
Va riconosciuto che i processi che continuiamo a definire “crisi” rappresentano, in realtà,
una grande transizione geo-economica, geo-politica, demografica e sociale. Pertanto,
non ha senso cercare, lungo le vie del passato, il ritorno alla situazione ex-ante. I governi
di centro-destra in Europa fanno positivi passi avanti nell'integrazione delle politiche
economiche. Purtroppo, però, le scelte di merito sono sbagliate: per la crescita e la riduzione
del debito pubblico, puntano alla via mercantilista e al ridimensionamento del
welfare e dellle condizioni del lavoro. Così, in realtà, acuiscono i problemi invece che
risolverli. Non si coglie che siamo in una fase di straordinario cambiamento, da leggere
ed affrontare con un paradigma culturale alternativo, centrato sulla persona che lavora,
orientato a coniugare l’efficienza produttiva e la valorizzazione del lavoro. Il primo ostacolo
da rimuovere per cogliere le discontinuità del tornante storico in cui ci troviamo è
l’ostinato ed ideologico attaccamento nei media, nell’accademia, nella politica alle ricette
di ieri. Dobbiamo costruire le condizioni culturali e politiche per ridefinire il compromesso
sociale tra capitale, impresa e lavoro. Il lavoro non può essere la variabile di
aggiustamento dell’economia su cui scaricare i costi della competizione globale. Non
solo non è giusto, ma non funziona. La valorizzazione del lavoro, della persona che lavora,
e la correzione delle disuguaglianze nei redditi e nelle opportunità è la strada
maestra per uscire dalla crisi. La disuguaglianza crescente frena la domanda globale
È decisivo potenziare i servizi di cura per la famiglia. Non a caso, la caduta dell’occupazione
femminile avviene in corrispondenza della nascita del primo figlio. Quindi, asili
nido e servizi di assistenza per le persone anziane non autosufficienti. Sul piano delle
politiche, fiscali si tratta di rendere più vantaggiose per le imprese le assunzioni femminili
e di introdurre detrazioni fiscali per i redditi da lavoro delle donne, in primo luogo
per quelle con figli minori (vedi “Fisco 20, 20, 20”). Sul piano delle politiche del lavoro,
occorre sviluppare il tempo parziale agevolato e volontario, facilitare il ritorno al lavoro
dopo la maternità, rafforzare i congedi parentali e ogni altro intervento per favorire la
conciliazione tra lavoro e famiglia.
Noi sosteniamo la direttiva europea per 15 giorni di congedo obbligatorio per i padri,
elemento fondamentale rispetto alle pari opportunità tra uomini e donne. Il riconoscimento
del congedo di maternità obbligatorio al 100% è sia un riconoscimento del valore
sociale della maternità. Il PD è impegnato anche a livello parlamentare con proposte
di legge specifiche. Va ricordato che i governi di centrosinistra nel 1996-2001 hanno
introdotto l’assegno universale di maternità, riconosciuto il diritto soggettivo dei padri
ai congedi, il riconoscimento della contribuzione figurativa per maternità anche fuori
dal rapporto di lavoro e il sostegno economico alle aziende per favorire progetti per la
conciliazione dei tempi, oltre alla definizione di piani dei tempi e degli orari nelle città.
Negli ultimi mesi siamo impegnati in parlamento per l’approvazione di un disegno di
legge di promozione del riequilibrio di genere negli organismi di governo delle aziende
(“quote rosa” nei cda).
Più in generale occorre sostenere il reddito del nucleo familiare, sostituendo gli assegni
e le detrazioni fiscali oggi in essere, con un consistente contributo annuale per ogni figlio
a carico a cominciare dalla fascia da zero a tre anni. A creare condizioni di maggior
benessere delle famiglie può inoltre contribuire lo sviluppo, per via contrattuale, del
welfare aziendale.
L’altra maggiore criticità del caso italiano è rappresentata dai giovani. Non solo, come
si è visto, uno su tre è disoccupato, con punte più alte ancora una volta nelle regioni
meridionali, ma si diffondono i rapporti di lavoro instabili e sottopagati, spesso poco
in linea con la formazione acquisita. Inoltre, vi sono circa due milioni di giovani confinati
in una sorta di limbo non essendo né studenti né lavoratori. Siamo quindi in presenza
di un paio di generazioni segnate, per quanto attiene le loro prospettive di inserimento
professionale e di realizzazione personale, da condizioni peggiori di quelle conosciute
dalle generazioni precedenti, mentre ai loro bisogni materiali sopperiscono in larga misura
le famiglie d’origine chiamate a svolgere un ruolo di ammortizzatori sociali “naturali”,
sempre più difficile da esercitare per la riduzione dei redditi disponibili e
l’assenza di una politica sociale di sostegno.
Tornare ad investire sui giovani è quindi essenziale per il futuro del paese sia dal punto
di vista economico che della coesione sociale, anche in relazione ad un rapido invecchiamento
della popolazione. Anche in questo caso le risposte da dare sono molteplici.
Tra le più importanti, figurano la lotta alla dispersione scolastica, il miglioramento dell’orientamento
professionale e la realizzazione di un’efficace transizione tra scuola e
lavoro. In questo quadro, si colloca la necessità di una riforma e di una rivalutazione
del contratto di apprendistato, per restituirlo alla sua vocazione originaria di veicolo di
primo ingresso nel mondo del lavoro, sottraendolo all’utilizzo improprio come strumento
per l’abbattimento del costo del lavoro, e garantendo il carattere effettivo, qualificato
e professionalizzante della sua componente formativa. Allo stesso tempo,
occorre sviluppare le potenzialità dell’iniziativa autonoma delle giovani generazioni attraverso
il rafforzamento degli interventi fiscali, creditizi e di altra natura, destinati ad
incentivare e a sostenere l’imprenditorialità giovanile.

5. Combattere la precarietà

Le riforme realizzate nell’arco di più legislature hanno introdotto nel mercato del lavoro
italiano importanti elementi di flessibilità, in particolare attraverso molteplici tipologie
contrattuali atipiche, senza però che queste fossero corredate dai diritti e dalle tutele
sociali che invece configurano la “flessicurezza” di stampo europeo. Lo squilibrio tra
flessibilità e protezioni sociali, nel quadro di una specializzazione produttiva spesso povera,
è all’origine di un’estesa precarizzazione dei rapporti di lavoro. L’uso distorto dei
contratti atipici ha permesso una “fuga dal costo del lavoro e dai diritti”, come illusoria
scorciatoia per la competitività, in alternativa a quella, di più alto profilo e durata, sorretta
da maggiori investimenti nell’innovazione. Non a caso nell’ultimo decennio precedente
alla crisi, a fronte della diffusione della precarietà a buon mercato, il rapporto
tra capitale investito ed ore lavorate nelle imprese italiane si è ulteriormente allontanato
dalle medie dei principali Paesi europei e il contenuto di innovazione incorporata negli
investimenti effettuati è stato la metà di quanto rintracciabile negli investimenti di Germania,
Francia e altre grandi economie mature. È qui la radice dell’anemia della produttività
italiana che non si supera aumentando i ritmi di lavoro.
Per combattere la precarietà, è necessaria innanzitutto un’operazione culturale. Dobbiamo
archiviare il paradigma sbagliato e subalterno del “meno ai padri, più ai figli”.
E’ un’impostazione efficace ad allontanare dal centro-sinistra i padri, senza riuscire,
ad avvicinare i figli. Non ha senso economico, prima che politico, contrapporre la “generazione
1000 euro” dei figli, a quella 1200 euro dei padri. Il conflitto reale, infatti
non è generazionale. È sociale. I padri “garantiti” con i contratti a tempo indeterminato
nel contesto economico attuale sono una specie in via di estinzione nell’universo del
lavoro privato per il prevalere di bassi salari e della crescente insicurezza del posto di
lavoro. Per verificarlo, è sufficiente leggere i dati della Banca d’Italia sul drammatico
impoverimento dei lavoratori dipendenti, operai ed impiegati, rispetto ad altre classi
sociali. Oppure, si può prendere l’elenco dei circa 200 tavoli di “grandi crisi” aperti al
Ministero dello Sviluppo Economico. L’apartheid del lavoro non riguarda soltanto i giovani
precari. Riguarda tutto il lavoro dipendente esplicito o assimilato ed i settori deboli
del lavoro autonomo e professionale. Pertanto, la soluzione non sta nel “contratto
unico” e nella rimozione delle protezioni dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. I numeri
indicano che la precarietà con l’art 18 ha ben poco a che fare. Tant’è che i contratti
precari sono enormemente concentrati nelle micro-imprese e, in generale, nelle imprese
con meno di 15 dipendenti, ossia le unità produttive fuori dallo Statuto dei Lavoratori.
Per tornare ad un utilizzo fisiologico della flessibilità in risposta a reali esigenze dell’organizzazione
produttiva oltre che a particolari necessità, temporanee o meno delle singole
persone, è necessario modificare le convenienze delle imprese, incentivando la
stabilizzazione del lavoro e quindi il contratto a tempo indeterminato che del resto la
stessa Unione Europea definisce come “forma normale del rapporto di lavoro”.
Si tratta di rendere i rapporti di lavoro stabili meno onerosi di quelli atipici ribaltando
la situazione attuale mediante una graduale convergenza degli oneri sociali intorno ad
un livello intermedio tra quanto oggi versato per i dipendenti a tempo indeterminato
e quanto dovuto per i lavoratori(trici) con contratti atipici. Si tratta, inoltre, di aumentare
la contribuzione per l’indennità di disoccupazione e di fine rapporto per questi contratti
come per quelli a tempo determinato, salvo che questi abbiano un contenuto formativo.
Intorno alla strategia indicata, si articolano interventi complementari quali: l’abolizione
del contratto di associazione in partecipazione; la delimitazione degli spazi di applicazione
dei contratti a progetto, dei contratti a chiamata e del voucher; la restrizione del
ricorso ai contratti a tempo determinato, come previsto del resto dal Protocollo sul Welfare
del 2007, anche attraverso accordo tra le parti, per l’introduzione di limiti massimi
di utilizzo per azienda o settore in rapporto al complesso dei lavoratori(trici) occupati(e),
mentre va incentivata la loro trasformazione in rapporti a tempo indeterminato.
Un altro ambito in cui è urgente pervenire ad una regolazione più stringente è quello
degli stages e dei tirocini oggi caratterizzato da frequenti abusi che colpiscono, in particolare,
i giovani al momento del loro primo ingresso nel mondo del lavoro. Qui gli interventi
devono riguardare i limiti di durata degli stages e dei tirocini; l’esclusione del
loro utilizzo per attività manuali ed esecutive o in sostituzione di lavoratori (trici) dipendenti;
la garanzia di un contenuto formativo e la fissazione di un compenso, mentre
occorre prevedere agevolazioni fiscali e contributive per le aziende che assumono stagisti
e tirocinanti alla fine del rapporto.
Questo insieme di provvedimenti di contrasto alla precarietà va infine completato dall’introduzione di un salario minimo legale (strumento presente in quasi tutti i paesi europei)
stabilito in relazione a quanto previsto nei contratti collettivi nazionali di lavoro,
al fine di creare una soglia non derogabile per la remunerazione di tutte le attività lavorative
non altrimenti coperte per via contrattuale.

6. Riorganizzare ed estendere le tutele sociali

La frammentazione del mercato del lavoro ha approfondito le diseguaglianze tra le diverse
figure di lavoratori(trici) al punto da rendere ormai indispensabile una riorganizzazione
ed un estensione delle tutele sociali con l’obiettivo di realizzare una base
comune di diritti, valida per tutte le forme di lavoro, privato o pubblico, dipendente,
autonomo o professionale, per ricostruire la “cittadinanza del lavoro” nel XXI secolo.
Questa base comune, un diritto unico del lavoro, deve comprendere la garanzia del
reddito nei periodi di disoccupazione involontaria; l’indennità di malattia, l’assicurazione
per gli infortuni, il diritto al riposo e alle ferie; l’indennità di maternità, che dovrebbe
essere riconosciuta tra i “diritti di cittadinanza” prevedendo il relativo finanziamento a
carico della fiscalità generale.
E’ in questo quadro che va collocata la revisione e l’universalizzazione dell’indennità di
disoccupazione e la riforma della Cassa integrazione guadagni e dell’indennità di mobilità
sulla base degli orientamenti definiti nel Protocollo sul Welfare del 2007. La riforma
di questi strumenti va completata con l’introduzione di un reddito minimo di
inserimento sul modello del “Reddito di Solidarietà Attiva” per combattere la povertà
e l’esclusione sociale, in particolare la povertà estrema e minorile. Inoltre, va affrontato
il problema delle pensioni delle giovani generazioni di lavoratori e lavoratrici. Noi proponiamo
un’integrazione dei contributi effettivamente versati attraverso una quota a
carico della fiscalità generale. Inoltre, proponiamo il ripristino dell’intervallo per la scelta
dell’età di pensionamento e allineamento dei requisiti per uomini e donne, in un quadro
di misure compensative del maggior carico sociale e familiare di cui sono ancora, purtroppo,
protagoniste le donne. Nella nostra iniziativa parlamentare, continuiamo a tentare
di correggere ingiustizie e penalizzazioni introdotte nel sistema previdenziale con
la manovra di Luglio 2010. Inoltre, portiamo avanti la proposta di totalizzazione dei
contributi per permettere a tutti i lavoratori, le lavoratrici, dipendenti, autonomi, liberi
professionisti di utilizzare ai fini della pensione tutti i contributi maturati in qualunque
fondo previdenziale, senza penalizzazioni sul calcolo, a vantaggio, in particolare, delle
generazioni più giovani per le quali la contribuzione ad un unico fondo previdenziale
è ormai quasi un miraggio.
Come si è detto queste tutele devono essere estese, con modalità appropriate, anche
ad artigiani, commercianti, professionisti e lavoratori autonomi, nell’ambito di uno “Statuto
del lavoro autonomo e professionale” che includa anche misure fiscali, contributive
e di altra natura volte a promuovere ed a sostenere lo sviluppo di questo tipo di attività.
Promuovere tutele più efficaci e generalizzate comporta anche che i rapporti di lavoro
si svolgano in un contesto di trasparenza e di legalità. Qui, i problemi da affrontare
sono di un duplice ordine. Su un primo versante, si tratta di intensificare la tutela della
salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro rafforzando gli strumenti di controllo e le
sanzioni per le violazioni di leggi e contratti e, nel contempo, di sviluppare l’azione di
prevenzione. Un provvedimento importante in questo senso sarebbe indubbiamente
l’esclusione dal prezzo degli appalti del costo del lavoro e di quello per le misure di sicurezza.
Sul secondo versante, si tratta di operare per il rafforzamento della lotta al lavoro
nero o comunque irregolare che in tutte le sue varianti, secondo stime recenti, è
arrivato a coinvolgere quasi tre milioni di persone, inclusa una quota rilevante di immigrati,
costretti non di rado, a vivere una realtà di sfruttamento e di degrado intollerabili.
E’ una situazione che richiede non solo il potenziamento delle azioni di contrasto ma
anche l’incentivazione dei processi di emersione, mentre per quanto riguarda gli immigrati
–di cui l’economia e la società italiane ed europee hanno bisogno– è indispensabile
governare realisticamente l’ingresso regolare per scopo di lavoro e realizzare adeguate
politiche d’integrazione sociale.

7. Riorientare le politiche del lavoro

Fin qui le politiche del mercato del lavoro si sono caratterizzate più in termini di sostegno
al reddito e assai meno per capacità di attivazione della risorsa umana. Gli obiettivi
della strategia Europa 2020, sottoscritti anche dal nostro paese, implicano il riorientamento
di queste politiche in modo che esse siano effettivamente in grado di ridurre il
tasso di inattività, favorire una più larga partecipazione delle donne e dei giovani al
mercato del lavoro, sostenere il reinserimento al lavoro dei disoccupati, specie quelli
over-45, e più in generale di facilitare la mobilità e le transizioni lavorative sempre più
frequenti nella vita delle persone. Sono necessarie sia azioni mirate in relazione alle
condizioni specifiche delle diverse figure sociali considerate per agevolarne l’occupabilità
ed il potenziamento e la qualificazione della rete dei servizi pubblici e privati per l’impiego
in un’ottica di complementarietà. Questi servizi devono porsi in grado di svolgere
una più efficace opera di orientamento, di intermediazione e di tutoraggio per accompagnare
le persone nella ricerca del lavoro.
La formazione è destinata ad avere un ruolo determinante vista l’obsolescenza e il basso
livello delle qualifiche di gran parte dei lavoratori(trici) anche giovani, il disallineamento
tra le competenze disponibili e le richieste del sistema produttivo ed il persistere di una
segregazione settoriale di genere. Per rafforzare l’offerta formativa comporta di operare
su piani diversi ma interconnessi: il miglioramento dei percorsi scolastici di base; il rafforzamento
dell’orientamento professionale e il rilancio della formazione tecnica; l’effettivo
raccordo tra istruzione, formazione e lavoro; lo sviluppo della formazione
continua dei lavoratori(trici) con il riconoscimento e la certificazione delle competenze
acquisite ai fini retributivi e della carriera lavorativa; una più organica cooperazione
tra Stato e Regioni per una chiara ripartizione di funzioni e risorse finanziarie; uno sviluppo
dell’azione delle parti sociali con la contrattazione e gli enti bilaterali.
Nella “società della conoscenza” la formazione continua dei lavoratori(trici) e più in generale
l’apprendimento permanente per tutti i cittadini nelle diverse fasi della vita vanno
riconosciuti come diritti della persona.

8. Un sistema di relazioni industriali efficiente

Tra i fattori destinati a contribuire alla competitività delle imprese e dell’intera economia
ed a promuovere occupazione di qualità, figura il sistema delle relazioni industriali.
Questo nel nostro paese è da qualche tempo sottoposto a tensioni ed incertezze che
spetta in primo luogo alle parti sociali superare, ma che non possono lasciare indifferente
la politica. La democrazia nei luoghi di lavoro è componente fondamentale di
una democrazia effettiva.
Il primo problema da affrontare riguarda la definizione delle regole relative alla rappresentanza
ed alla democrazia sindacale, in modo da garantire sia l’esigibilità degli accordi
sottoscritti e validati dai lavoratori(trici), sia la piena agibilità sindacale nell’azienda
anche per le organizzazioni non firmatarie degli accordi. Già nel maggio del 2008 CGIL,
CISL e UIL avevano approvato un documento unitario che, frutto di una mediazione
tra punti di partenza diversi, era approdato a scelte condivise, in analogia alle norme
in vigore per il pubblico impiego, per quanto riguarda: la misurazione e la certificazione
della rappresentatività delle singole organizzazioni sulla base di un mix tra numero di
iscritti e voti raccolti nelle elezioni delle RSU; la soglia per l’accesso ai tavoli negoziali;
la soglia per la validità dei contratti e, infine, le procedure per il voto da parte dell’insieme
dei lavoratori, una volta accettati gli accordi da parte dei tre sindacati.
Questo documento costituisce un’imprescindibile punto di riferimento per un’intesa
fondata sull’ equilibrio tra le responsabilità negoziali delle organizzazioni sindacali e la
partecipazione degli iscritti e di tutti i lavoratori(trici) alla validazione degli accordi sottoscritti,
così da superare la pratica degli accordi separati e di favorire l’unità dell’azione
sindacale.
Un secondo problema riguarda l’articolazione dei livelli contrattuali. Anche qui, il caso
Fiat ha fatto da detonatore per la possibilità di rendere i contratti aziendali alternativi
a quello nazionale. Nella condizione del nostro paese, questa soluzione non è accettabile
poiché è indispensabile mantenere uno zoccolo di garanzie salariali e normative
valide per tutti i lavoratori(trici) dello stesso settore produttivo. Altra cosa è invece riconoscere
la necessità di sviluppare la contrattazione di secondo livello per meglio rispondere
alle specifiche esigenze dell’organizzazione del lavoro delle singole realtà
aziendali e per permettere l’articolazione di una politica retributiva più strettamente
collegata a risultati aziendali. In quest’ottica, i contratti nazionali, fortemente ridotti di
numero, dovrebbero assumere la veste di accordi-quadro per grandi ambiti produttivi
e dei servizi.
Un terzo problema è rappresentato dall’esigenza di introdurre anche nel nostro paese
forme e strumenti di partecipazione dei lavoratori(trici) nella governance delle imprese,
recuperando un grave ritardo rispetto a quanto avviene da tempo nella maggior parte
dei paesi europei. A parte poche esperienze di origine contrattuale e quanto deriva
dalla trasposizione in diritto interno delle direttive dell’UE sui diritti d’informazione e
consultazione e sui Comitati aziendali europei, la democrazia economica in Italia ha segnato
il passo. Proprio nel momento in cui si chiede ai lavoratori(trici) una maggiore
corresponsabilità per il successo dei piani produttivi delle aziende, occorre dare loro
voce in capitolo nella definizione degli stessi, attraverso loro rappresentanti elettivi, così
come prevedere che anche i lavoratori(trici) beneficino, per via negoziale, dei risultati
economici dell’impresa.

9. Un progetto di futuro per il paese

A fronte dell’incapacità del centro-destra di realizzare politiche pubbliche in grado di
affrontare efficacemente la crisi e di prefigurare, allo stesso tempo, nuove prospettive
di sviluppo economico che evitino all’Italia un arretramento nella divisione internazionale
del lavoro e fatalmente anche un ridimensionamento della sua influenza politica
in Europa e nel mondo, il PD non si è limitato ad un’azione di denuncia e di contrasto
del governo nella aule parlamentari e nel Paese. Ha messo in campo una sua proposta
-il Programma Nazionale di Riforma– che, fondato sulle scelte contenute nei documenti
approvati dall’Assemblea nazionale, intreccia, come è orami indispensabile fare, le po
litiche nazionali con quelle dell’UE e costituisce la cornice entro cui collocare, le azioni
per la promozione dell’occupazione, la riunificazione del mercato del lavoro, la ridefinizione
e l’estensione dei diritti e delle tutele del lavoro, qui proposte.
Per raggiungere gli obiettivi indicati, il PD ha presentato e tentato di mettere in agenda
della Camera e del Senato progetti di legge ad hoc. Per quanto di competenza dei livelli
territoriali di governo, il PD è impegnato a portare avanti gli obiettivi sopraesposti nelle
Regioni, nei Comuni e nelle Province, sia da posizioni di maggioranza che di opposizione.
Le proposte del PD rappresentano anche una piattaforma su cui intensificare il confronto
ed i dialogo con tutte le organizzazioni di rappresentanza del mondo imprenditoriale
dell’industria, dei servizi, dell’agricoltura; con il movimento cooperativo; con le
associazioni del lavoro autonomo e delle professioni, così come con le organizzazioni
sindacali, nella convinzione dell’importanza del ruolo delle parti sociali per assicurare
la crescita dell’economia e della buona occupazione, un’efficace e moderna regolazione
del mercato del lavoro, una più equa distribuzione del reddito e, più in generale, un
miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori(trici) e delle loro famiglie. E’ da
un impegno convergente di tutti gli attori economici e sociali, come di altre espressioni
della cittadinanza attiva quali le organizzazioni del Terzo settore, che possono venire
non solo un contributo indispensabile per vincere le sfide con cui il paese deve misurarsi
ma anche impulsi ed iniziative che sollecitino l’azione politica ad essere all’altezza del
compito. E’ in questo spirito e nel rispetto della reciproca autonomia che il PD intende
sviluppare, sul piano nazionale e nelle diverse realtà territoriali, i rapporti con il sistema
delle imprese, il mondo sindacale e dell’associazionismo.
Fare del lavoro l’asse portante del progetto per il futuro dell’Italia non è una scelta puramente
economica ma significa tornare valori e ai principi della Costituzione. Significa
riconoscere che il lavoro resta elemento determinante per l’identità e la crescita delle
persone e lo strumento con cui esse concorrono al progresso della società. Significa
porre le basi di uno sviluppo più umano, più giusto e solidale.



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